29/09/10 "Pane nostro”, un oggetto del desiderio in un racconto avvolgente"

Esce oggi in libreria l'ultima opera di Predrag Matvejevic. Un saggio pubblicato dopo più di 20 anni di ricerche
Quel ragazzo che, in un quadro di Josip Racic, fissa intensamente, malinconicamente un pezzo di pane a forma di ciriola è l’immagine che meglio introduce, in una folgorante sintesi, a Pane nostro (Garzanti, 230 pagine, 18,60 euro, da oggi in libreria), il libro intenso e davvero unico che Predrag Matvejevic ha finalmente pubblicato dopo più di venti anni di ricerche per decifrare la perturbante natura del proprio oggetto del desiderio. Anche lo scrittore di Breviario mediterraneo, il suo best seller guizzante e fulminante, per tanto tempo ha fissato lo stesso, struggente oggetto desiderato dall’adolescente del pittore croato, un oggetto “nato nella cenere, sulla pietra, più antico della scrittura e del libro” la cui leggenda «affonda nel passato e nella storia», con la sua possente, enigmatica fascinazione. Ha così voluto raccontare la forza e la bellezza del “pane mamma della terra” e del suo padre grano il cui “seme cresce misteriosamente”, nel grandioso vagabondaggio dall’Asia verso i campi del mondo.Un impegno, o meglio, un “voto” da sciogliere preso tanti anni prima muovendosi tra la letteratura, la linguistica, l’arte, l’antropologia, la storia. Matvejevic sa con Plutarco che “la mente non è un vaso da riempire, ma, come fa legna da ardere, ha solo bisogno di una scintilla che l’accenda e le dia l’impulso per la ricerca, e un amore ardente per la verità”. Le scintille vengono dal tesoro delle proprie letture più amate, dalla memoria più intensa della propria vita. Invocando il pane, che gli era stato rubato, nell’orrore della segregazione, era morto un grande poeta come Mandel’stam che aveva scritto sulla bellezza del filone di pane e sullo stupore di far “crescere la pasta del pane”. All’adolescente Predrag era capitato di portare tozzi di pane ai prigionieri tedeschi: lo aveva voluto suo padre, un russo di Odessa che a sua volta era stato rifocillato con il pane durante la sua segregazione nazista da un pastore protestante. E un filone (aveva raccontato dopo essere uscito dal Gulag Aleksandr Solgenitsyn a Predrag che già andava riempiendo il suo taccuino sull’argomento) era sempre sotto il suo cuscino, simulacro di quel desiderio che era tormento negli anni della sopravvivenza.Le “scintille” del saggio-diario-autobiografia di Matvejevic, di cui anticipiamo le pagine finali, sono i semi di un racconto avvolgente e continuo, senza l’adipe dello storico o dell’erudito da cui apprendiamo tutto, o quasi, sulla galletta, sulla focaccia, sul biscotto, sui viaggiatori, sui pellegrini, sui marinai che se ne cibarono. Un racconto che scorre sottotraccia, nella narrazione ricca e fluida dove i punti di vista si intrecciano e si fondono. La vera «legna da ardere» per far levitare il sapore, il profumo, la forma, il corpo di questo singolare viaggio attraverso la realtà, la mitologia, la figurazione letteraria e artistica nella storia e nella simbologia di un alimento che è diventato «non solo emblema dell’intera varietà degli alimenti, ma metafora del nutrimento spirituale».
Fonte:ilmessaggero.it

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